domenica 27 gennaio 2013


Il Gruppo con Approccio Corporeo


Un setting di gruppo che opera con tecniche corporee, come body work, non dovrebbe essere eccessivamente “riscaldato”, vale a dire emotivamente troppo intenso, né allo stesso tempo particolarmente tiepido o austero. In entrambi i casi è probabile che si generi una qualche risposta difensiva nei partecipanti al gruppo. E’ vero tuttavia che quando un gruppo si costituisce, i neo-partecipanti portano all’interno dello stesso la loro matrice personale, che riguarda l’individuo a partire dalla sua esperienza quale componente di un gruppo d’origine, quello familiare, di cui ha incorporato l’intero insieme di rapporti (Foulkes, 1978). Perciò un gruppo è all’inizio un luogo nel quale alcune persone, per contratto, si incontrano per lavorare sulle loro matrici familiari e transgenerazionali e per farlo hanno bisogno di trovare un clima adeguato, nel quale il giudizio è sospeso, le regole chiare, il senso di sicurezza e di protezione elevato. Come  evidenziato dalla pratica del bodywork  il medium corporeo diventa uno strumento molto potente per facilitare la connessione tra i membri del gruppo e creare un relativo stato di fiducia personale e interpersonale, dal quale iniziare a lavorare su se stessi e la propria matrice individuale.  

 Fare conoscenza
 Fare conoscenza di sé e dell’altro è l’imperativo di ogni gruppo nella fase fondativa. La teoria corporea ci suggerisce di applicare particolari tecniche per la riuscita di tale obiettivo. Fare conoscenza di sé attraverso il corpo, è il primo step del gruppo con approccio corporeo. Parte dal presupposto che la preparazione al contatto e all’interazione dinamica con gli altri del gruppo avviene di conseguenza all’esplorazione individuale del proprio corpo. Solo dopo aver ottenuto una base sufficiente di fiducia e di sicurezza nel proprio corpo (successiva a una sua profonda esplorazione ed esperenziazione), è possibile entrare in rapporto con l’emozione che il contatto con l’altro e con il suo corpo potrebbe procurare. Il partecipante al gruppo che con opportuni esercizi di auto-contatto corporeo si sente sufficientemente radicato e al sicuro nel suo spazio personale, entra nella fiducia di poter andare verso l’altro, senza che vi sia un’attivazione difensiva delle sue modalità abituali, senza cioè quei riflessi e automatismi tipici delle situazioni gruppali iniziali, come ad es.: i sorrisi stereotipati, facce o posture corporee “educate”, inibizioni al movimento, oppure eccessiva espansività, eccesso di controllo, dipendenza o rigidità, vale a dire tutto il repertorio dei comportamenti adattivi-difensivi che sono stati appresi da quella persona nel corso della sua esistenza. Il gruppo è un contenitore formidabile delle emozioni del singolo e anche il luogo in cui “tutti gli effetti” si potenziano e le opportunità terapeutiche, anche indirette ma al servizio del singolo partecipante (fattori terapeutici di gruppo, Yalom) si espandono. Tuttavia nel gruppo bisogna prima entrarci e il “gruppo” inteso, come matrice dinamica attiva va opportunamente costruito e creato.  


La funzione del Gioco


Nel gioco, come nel bodywork, il corpo é coinvolto e viene messo in movimento, ma questo coinvolgimento, che é psicosomatico, viene promosso da una particolare forma di energia: la spontaneità. Non potrebbe essere diversamente, in quando se non c'é spontaneità,  c'é il blocco. La spontaneità é un’energia che soffre la presenza delle difese. Difese e spontaneità sono antitetiche, ma il gioco ha la capacita di liberare spontaneità e sbloccare il corpo, altrimenti non sarebbe possibile giocare. Perciò il gioco, che non é un atto terapeutico intenzionale ma che agisce come se lo fosse, possiede la prerogativa di aggirare le difese e questo grazie alla promozione di spontaneità. La spontaneità ha il suo precursore naturale nell'eccitazione (libido) che un'iniziativa di gioco produce, a volte al solo annuncio dell'inizio del gioco stesso (giochiamo? Siiii!). Unificando i contributi della teoria corporea con questa prima ipotesi sul gioco, affermiamo pertanto che il gioco, in virtù delle sue caratteristiche rassicuranti e piacevoli, contribuisce negli adulti a sbloccare momentaneamente l’apparato difensivo psico-corporeo. Il gioco diventa in tal modo l'elemento base per iniziare un'esperienza di cambiamento. Questo significa che in sé il gioco non ha prerogative terapeutiche, ma può diventare la base per un’esperienza trasformativa che da lì in poi, il conduttore sarà in grado di proporre al gruppo.  


Ciò é coerente anche con la concezione moreniana di warming-up (riscaldamento), per la quale l’impiego della spontaneità tramite esercizi preparatori (giochi di improvvisazione e altre varie forme di stimolazione dei partecipanti) contribuisce, in apertura delle sessione psicodrammatica, a “riscaldare” il gruppo e alla riduzione del clima difensivo, condizione indispensabile allo svolgimento della successiva fase di azione drammatica, ovvero quella della rappresentazione scenica di un evento della vita personale di un partecipante al gruppo, che negli obiettivi del dispositivo psicodrammatico, deve portare alla creazione di cambiamento (nuove idee, nuovi atti comportamentali, nuove decisioni); (Moreno, 1964).

Quando le difese si abbassano, ovvero quando la struttura caratteriale difensiva “cede”, la teoria corporea predice l’apertura della porzione più profonda del Sé e la conseguente rivelazione del sottostante potenziale di energia, emozioni e creatività (Pierrakos, 1994). Il gioco sembra essere pertanto il più straordinario atto, intenzionalmente non terapeutico, che tramite la spontaneità favorisce il momentaneo allentamento della struttura del carattere e il conseguente accesso al processo creativo. Un'enorme potenziale creativo é pertanto seppellito sotto le strutture difensive degli adulti e aspetta di essere liberato.  
La liberazione dell'energia creativa é la più alta manifestazione del processo della vita che si sta in un dato momento compiendo in modo realmente libero, autentico ed efficace, efficace per gli scopi vitali della persona stessa (pragmatismo della creatività). 

Se il gioco, sotto l’influsso dell’energia della spontaneità, promuove l’apertura del Sé, ogni individuo si troverà gradualmente più disposto verso l’altro e a incontrarlo. Il gioco in gruppo, che per lo più si svolge in forma sociale, ovvero alla presenza di altri, con altri e mediante altri, funge da mediatore di una profonda e risanatrice esperienza sociale e affettiva. 


La Drammaterapia

La drammaterapia è un percorso di ricerca, di esplorazione, di scoperta, di recupero delle potenzialità e delle capacità creative presenti in ogni persona. Attraverso i processi drammatici,immaginativi e narrativi, propri del teatro, i soggetti hanno la possibilità di riattraversare in modo creativo la propria condizione, allontanandosi da rigidi schemi di comportamento per scoprire nuovi modi di trasformare la propria realtà.

Quello che differenzia la drammaterapia dalle altre forme di teatro (psicodramma, teatro sociale, teatro dell’oppresso), è il fatto che nonesiste a priori un copione da seguire per mettere in scena uno spettacolo; l’attenzione è puntata tutta sul processo e sull’azione drammatica per cui storie di ogni tipo possono essere raccontate e rappresentate o costruite attraverso l’improvvisazione.



Tutto ciò che viene detto o fatto dentro la cornice della realtà drammatica non ha conseguenze irreversibili per la vita del soggetto: nel dramma posso morire o uccidere, sposarmi o partorire, gioire e soffrire,ma tutto questo è “per finta”, sebbene sentimenti, emozioni e pensieri, somiglino straordinariamente a quelli della vita reale. Ma pur essendo una finzione, l’esperienza drammatica provoca una differenza, in quanto attraverso di essa abbiamo potuto incontrare delle nuove forme dell’essere: provare dei modi di entrare in relazione con gli altri e con noi stessi che non avevamo mai praticato prima; esprimere e riconoscere emozioni profonde; sperimentare nuovi e diversi punti di vista sul mondo e sulle cose.

In ambito educativo, il teatro è stato considerato uno strumento da piegare alla logica dell’apprendimento già da diversi secoli, ma è solo nel Novecento che si iniziano a prendere in considerazione i nessi fondamentali che legano il processo drammatico allo sviluppo psicologico della persona. L’attività drammatica è stata quindi riconosciuta in una nuova dimensione, quella di area di sperimentazione creativa delle potenzialità umane: secondo questa prospettiva si sviluppa la drammaterapia.
La drammaterapia è utilizzata nel campo dei servizi alla persona in ambito clinico, riabilitativo, educativo e preventivo.

Protagonista del percorso drammatico è il gioco: imparare di nuovo a giocare può essere un’operazione difficile, che comporta l’imbarazzo di sentirsi infantili, ma se sostenuto da un clima di fiducia e simpatia, produce una possibilità di accesso ad un processo creativo condiviso. Nella drammaterapia il gruppo è una risorsa indispensabile: l’energia potenziale di ciascun individuo si incontra con quella degli altri, e si attualizza nella creazione di forme condivise.

L’incontro di drammaterapia si suddivide in tre diverse fasi:

· La fase di fondazione che è quella iniziale è destinata alla creazione del clima di gruppo (fiducia, intimità, collaborazione) e all’attivazione delle risorse espressive dei partecipanti attraverso esercizi di attivazione fisica; giochi di conoscenza; improvvisazione corporea; giochi di fiducia; improvvisazione immaginativa e narrativa. In questa fase è necessario attivare un contesto ludico e promuovere un clima affettivo positivo.
· La fase di creazione è quella centrale in cui si creano le scene e la drammaturgia e si mette in moto il processo creativo drammatico attraverso giochi di ruolo: immaginativi, sociali, familiari. In questa fase il gruppo passa da uno spazio ludico ad un momento di ricerca creativa in cui è possibile affrontare alcuni elementi problematici personali attraverso il contenitore protetto della finzione.
· La fase finale di condivisione segna l’uscita dai ruoli e dalla realtà drammatica ed è quella in cui il percorso viene riesaminato dai partecipanti e ne vengono condivisi i vissuti soggettivi attraverso lo scambio verbale che non sempre è necessario: la consapevolezza del percorso fatto può esprimersi in termini simbolici e immaginativi,con un gesto o con un segno, o semplicemente col silenzio o con il puro esserci.

Queste fasi sono presenti nell’arco di una singola seduta e sono fondamenti su cui si basa l’intero processo drammatico.